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Black Swan Carnival Party... una serata in maschera


Epoca veloce la nostra... in cui si è perso un po’ il contatto con le cose reali e davvero importanti... siamo a volte circondati dal dolore, ma preferiamo non vederlo, non viverlo, lo schiviamo velocemente, e ci focalizziamo su altro, distratti da un cellulare, intenti a curiosare la vita degli altri più che a concentrarci sulla nostra.

In un epoca così la scala dei valori è stravolta, non esiste più, tutto è relativo, i riferimenti di ciò che è importante si sono indeboliti, e bisogna quasi stare attenti a parlare di alcuni aspetti della realtà per non disturbare gli altri.

Si preferisce dire che va tutto bene, piuttosto che parlare del proprio dolore, del male di vivere che ognuno di noi, in una forma diversa, conosce, perché la paura di annoiare chi ci ascolta o, peggio ancora, infastidirlo è tanta.

11 marzo 2019 Black Swan Carnival Party, una serata all’insegna del divertimento e della spensieratezza con musica e divertimento.

Il fascino del cigno nero… il lato oscuro di ognuno, che nasconde le proprie paure e debolezze… tra piume, pizzi, abiti eleganti e maschere… indossate per nascondere o forse per rivelare… perché in fondo nascondendosi dietro ad una maschera si può fingere di essere qualcun altro, così come, invece, si può trovare il coraggio di mostrare la propria vera natura. Ci sono sempre due lati della stessa medaglia, due punti di vista diametralmente opposti che raccontano la stessa storia… un cigno nero e uno bianco che combattono a passi di danza, a ritmo di musica: il lato oscuro strappa le ali alla luce per impedirle di volare alto, ma poi si ritrovano in un abbraccio perché in fondo sono la stessa persona… bisogna solo imparare a volersi bene e accettarsi… perché l’ uno possa salvare l’altro… e sono la musica e la danza a raccontare questa storia in una serata in cui si alternano le canzoni e il divertimento ai momenti di poesia raccontati in punta di piedi…

Ancora una volta l'origine di questa serata è la volontà di supportare il reparto oncologico pediatrico dell’ospedale di Brescia. Dopo il primo evento organizzato per loro a dicembre ormai li conosciamo, sappiamo il lavoro che fanno e, quando prende la parola il dottor Moreno Crotti, ci aspettiamo già cosa potrà dire, eppure l’emozione è sempre forte perché è solo in quel momento che realizzi che dietro a tutto quel divertimento c’è un obiettivo ben preciso: raccogliere dei fondi che possano servire per migliorare il reparto dove vengono ospitati bambini colpiti da tumori.

E così in sala ad un certo punto la musica si ferma e tutta l’attenzione si concentra su quell’uomo che ti aspetti rassicuri tutti con un racconto confortante, utilizzando parole leggere, che non si discostino troppo dall’ atmosfera di divertimento della serata e invece, per una volta, qualcuno non ha paura di annoiare o infastidire chi ascolta, e, in un attimo, ristabilisce l’ordine d’importanza della vita.

“Questa sera voi avete la vostra bella mascherina, ma io ho pensato di portarvi le maschere che i bambini che lottano per la vita indossano tutti i giorni in reparto”

Un pugno nello stomaco. Silenzio.

Tutto ad un tratto la scala dei valori delle cose importanti che ti eri dimenticato esistesse ricomincia a prendere una forma.

Vieni d’improvviso catapultato in una dimensione reale. Molto reale.

Una dimensione nella quale sei costretto a pensare che quella mamma o quel papà potresti essere tu; e potresti trovarti a dover cercare delle risposte (che non hai) da dare a tua figlia arrabbiata perché non capisce cosa gli succede, e ti chiede solo quando può tornare a danza… e, se non sei genitore, di sicuro nella tua vita sei stato bambino, e allora diventa facile immedesimarti e provare ad immaginare te stesso bambino costretto a passare dei mesi dietro un vetro in una stanza di quattro metri quadrati, lontano dalla scuola, dagli amici, dalla tua cameretta, dalle tue abitudini di tutti i giorni fatti di compiti, giochi e spensieratezza … isolato a causa di una malattia che di certo non ti sei procurato tu, ma che in un giorno qualunque ha colpito il tuo fisico…

ecco... un pugno nello stomaco non puoi non sentirlo.

E fa male, è fastidioso, perché ti costringe a ridimensionare tutto... a vedere tutto in modo diverso...

io in quel reparto ci sono stata, come visitatrice per fortuna (e questo “per fortuna” lo dico con grande cognizione di causa) ho trascorso solo alcuni minuti della mia vita, ma mi hanno cambiato profondamente. Non dovete immaginare di vedere chissà quali scene di disperazione o tragedia... è un reparto molto tranquillo e colorato... dove medici e infermiere che incroci in corridoio salutano cordialmente... ogni stanza ha una grande finestra che affaccia all’esterno dell’ospedale e dall’altro lato ha una parete di vetro che affaccia sul corridoio, con una tenda che dall’interno può essere lasciata aperta oppure chiusa, le porte sono rigorosamente chiuse, e tu cammini lungo questo corridoio indossando una mascherina che ti consegnano prima di entrare raccomandandosi di indossarla per evitare di diffondere nell’aria batteri per noi innocui, ma che potrebbero essere letali per un fisico debilitato dal tumore...

fino a qui non c’è niente di sconvolgente, ma ad un certo punto nel tuo cervello scatta qualcosa che ti fa realizzare dove sei davvero: dietro ad ognuno di quei vetri c’è una stanza che ospita un bambino e la sua famiglia che da lì non può muoversi, addirittura in alcuni casi il letto nel quale è ricoverato il bimbo è chiuso all’interno di un cubo di vetro che serve per proteggerlo ed isolarlo da batteri... ma al contempo lo isola dal mondo... e tutto questo viene fatto non certo per cattiveria, ma per salvargli la vita... e tu sei lì che osservi indossando una mascherina che dopo un po’ ti toglie il respiro... in realtà non sai perché il respiro viene meno… dopo un po’ non sei più tanto sicura che sia la mascherina a toglierti il fiato…

Dopo aver percorso quel corridoio, usciti dal reparto, è il momento di salutare e togliere la mascherina che fino a quel momento hai indossato, il dottore ti saluta con un sorriso e ti dice di tenerla perché, quando nella vita di tutti i giorni sarai bloccato nel traffico e ti verrà normale disperarti e maledire la giornata, potrai prendere quella mascherina e ritrovare in un attimo la scala dei valori delle cose importanti.

Di mascherine durante la serata il dottore ne ha distribuita qualcuna e mi piace pensare che ognuno di noi se la sia portata a casa come ricordo della serata in maschera, per ricordarsi di sorridere un pò più spesso ed arrabbiarsi un pò meno per le sciocchezze che ogni giorno ognuno di noi deve affrontare!


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